Dalle villas argentine allo Sprar di Martina
Il laboratorio teatrale dell’attore German Basta e della psicologa Mimosa Rizzoni:

I beneficiari dello Sprar di Martina Franca hanno iniziato un laboratorio teatrale diretto dall’attore argentino German Basta e dalla sua compagna, la psicologa Mimosa Rizzoni. Durerà circa tre mesi alla fine dei quali verrà prodotto uno spettacolo. “L’idea – dice la dott.ssa Rizzoni – è quella di proporre un’attività che non sia solo uno spazio contenitivo ma anche ludico ricreativo per i ragazzi e che possano ritrovare nel gruppo una forma di svago e anche di crescita rispetto a quella che è la lingua italiana, i nostri usi e costumi e che possano mescolarsi armonicamente rispetto a quelle che sono le loro culture ed usanze”. L’intento è anche quello di approfondire una conoscenza, instaurare legami o rafforzarli: di “creare uno spazio fisico, psicologico e mentale nel quale condividere e entrare in confidenza perché alla fine dobbiamo farci conoscere e noi conoscere loro attraverso qualcosa di più sottile come il teatro” continua la psicologa. E’ necessario favorire il dialogo, perché come spiega German Basta, i partecipanti “hanno i bisogni elementari coperti, ma noi volevamo offrire qualcosa di più e che si raggiunge in gruppo, ossia le emozioni… perché loro arrivano qui e forse non si conoscono fra loro. E quello che produce proprio il teatro è l’incontro.” Incontro che c’è stato anche in un’esperienza sociale l’ha definita German, quella teatrale condotta tra i quartieri dimenticati, le villas di Rosario, quartieri dimenticati di una città argentina poco distante da Buenos Aires.
“Un successo” racconta “perchè nel formare i gruppi, i partecipanti non si conoscevano tra loro. C’erano anche dei giovanissimi, soggetti vulnerabili.” Il teatro è servito per unire le loro istanze, instaurare legami forti che si sono poi consolidati nel tempo. Questo l’obiettivo del laboratorio che seguirà le stesse modalità usate in Argentina, anche se poi i partecipanti al laboratorio teatrale a Martina hanno percorsi e obiettivi di vita differenti: devono imparare una lingua, rapportarsi ad una città che non conoscono, instaurare legami con gli abitanti martinesi. In un’unica parola: integrarsi.
“Rafforzare o sviluppare l’autostima, il sentirsi parte di qualcosa che non è scontato nel momento in cui vengono sottratti dal loro posto e dalle loro radici, e inseriti in un grande contenitore in cui tutti parlano cose che non avrebbero mai pensato di dover comprendere. L’aspetto psicologico quindi serve anche in maniera velata sì a farli divertire, ma anche a far irrobustire la loro presenza qui” spiega la psicologa.

Il primo giorno: storie dal laboratorio

Tutti i lunedì sera, i rifugiati e richiedenti a cui è destinato il laboratorio, si incontreranno nello spazio di Artefranca, a Villa Carmine. Lunedì 7 luglio si è svolto qui il primo incontro.
German Basta e Mimosa Rizzoni hanno deciso per questo primo appuntamento di andare casa per casa per raccoglierli tutti e guidarli fino ad Artefranca, che ha messo a disposizione i propri spazi: “devi fare il porta a porta! Abbiamo fatto una prima visita per informare tutti. Facendoci conoscere e riconoscere. Dopo abbiamo fatto una seconda visita, per ricordare a tutti l’appuntamento delle 9, lasciando loro una mappa di Martina Franca con il punto di incontro evidenziato. Uno sforzo troppo grande, ma che vale la pena fare. Viene sicuramente ripagato” dice German. E prosegue Mimosa “E’ necessario far vedere che non è un obbligo ma è un volerli far partecipare a qualcosa di piacevole. E’ un metterci noi in prima linea nel metterci a disposizione loro. Non qualcuno che li aspetta ma che ha piacere che loro vengano e li va a cercare, perché senza di loro questo laboratorio non si fa”.
Ma il laboratorio, anche grazie alla loro determinazione è iniziato ed è stato partecipato. L’attore argentino lo vede come l’inizio di un lungo ed interessante cammino. Perché è importante il risultato, ossia lo spettacolo, ma cosa ancora più importante – dice- è come ci si arriva ad esso, “tutto quello che attraverso” e quindi il percorso che si segue.
Il primo gioco sperimentato il giorno del primo incontro è stato quello della conoscenza dei nomi. Un gioco semplicissimo, divertente con un obiettivo chiaro: la conoscenza dell’altro. “Io ho detto che in teatro abbiamo due cose sicure: che ho due strumenti, il mio corpo e il corpo del mio compagno”. Prima col gioco avviene la conoscenza del nome, e poi sempre attraverso il gioco i corpi si parlano attraverso degli stimoli. Si invita il compagno a prestare “attenzione”. Non un’attenzione sul suo corpo ma sul corpo del compagno. In questa semplicità, si produce una catena di atti. Il mio fallimento produce il fallimento del gruppo. German segue i partecipanti, li guida. Mimosa all’esterno osserva, appunta: “sono attenta a ciò che dobbiamo migliorare noi, a ciò che dobbiamo potenziare noi affinché possano essere maggiormente positivi gli incontri successivi. Ad esempio i giochi hanno fatto riflettere noi rispetto alla condizione per cui si stanno riconoscendo come persone e anche come persone che possono comunicare tra loro. All’inizio stavano tutti solamente con chi già conoscevano. Alla conclusione dell’incontro, già tutti si prendevano in giro sul loro nome o su quello che avevano fatto: il laboratorio genera una condivisione che significa riconoscere se stessi e riconoscere anche l’altro, che non è così scontato specialmente in realtà così complesse come queste”. Un esempio? Spiega German “ iniziamo con le mani in tasca e finiamo con l’uno sull’altro”. E spiega la psicologa Mimosa Rizzoni: “è un rompere una barriera: è vero che il nostro corpo rappresenta un’identità, cioè dove finisco io inizia l’altro. Però non è detto che questa delimitazione debba essere una barriera tra me e l’altro. E attraverso il teatro si percepisce questo: che non smettono di essere entità separate ma possono collaborare e essere unite per fare qualcosa insieme. E loro l’hanno capito immediatamente”.

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