Tremila fedeli della diocesi di Taranto, e fra essi ci sono anche non pochi martinesi, vanno in pellegrinaggio diocesano a Loreto. Per tale iniziativa l’acivescovo Filippo Santoro ha inviato un messaggio:

Carissimi Fratelli e Sorelle,

vi ringrazio di aver accettato l’invito a questo pellegrinaggio diocesano a Loreto che è stato previsto per celebrare insieme come pellegrini l’Anno della Fede promosso da Benedetto XVI e confermato da Papa Francesco.

Esso si colloca come momento di crescita e di conversione all’inizio dell’anno pastorale che sta per cominciare. Più volte ho sottolineato che quella di oggi non è un’esperienza di turismo religioso, come ne facciamo tante, ma una tappa che ci identifica come comunità in cammino, che si rinnova nell’ascolto della Parola, nell’azione dello Spirito di Dio e  nell’amore ai fratelli, particolarmente ai più poveri.

  

1.      Ci troviamo nel santuario mariano d’Italia; qui storia e tradizione ci hanno insegnato a venerare la parte anteriore di quella casa di Nazareth che fu la casa di Maria, madre di Dio e della Chiesa. Non c’è cosa più bella che poter far risuonare nel nostro cuore un brano del vangelo, in un luogo santo che ne è stato cornice e testimone. E in quelle povere mura contenute nel sacello di Loreto è risuonato l’annuncio dell’angelo a Maria, la giovane vergine del popolo d’Israele, promessa sposa di uomo della casa di Davide chiamato Giuseppe.

Riflettevo che nella vita liturgica della Chiesa e nella nostra grande devozione mariana, il vangelo dell’annunciazione si legge più di frequente che il racconto della stessa Passione di Gesù. Ciò potrebbe sembrare un’incongruenza. Ma se ci lasciamo penetrare dalle parole e dal racconto dell’evangelista Luca, si fa presto a comprendere che il calvario del Signore non sarebbe esistito e non si può comprendere rettamente senza questo evento che vede incrociarsi libertà, amore, fede, coraggio, umiltà. E noi abbiamo bisogno, nella liturgia, come nella preghiera personale di ricordarci dell’alba, dei primordi, di questa storia di amore, infinita, che vede il Verbo di Dio, il figlio di Dio diventare carne  in Maria e venire ad abitare tra noi.

 

Maria non è tramortita o ammutolita come Zaccaria, che riceve Gabriele nei fumi del tempio, ma interloquisce con l’Arcangelo nell’intimità della sua casa: parla con naturalezza con il messaggero di Dio, come chi si nutre quotidianamente della Parola del Signore. Lei è quella terra resa buona dall’ascolto e dalla preghiera, che riceve, pronta, il seme di Dio.  La Vergine apre l’era del Regno dei piccoli del Padre, che lo incontrano nel segreto, non nei templi ma in spirito e verità. La famiglia diviene culla di Dio. E quando Dio incontra l’ordinario di ciascuno, le nostre vite divengono straordinarie. Pensate alla vita di Maria, come tutte le altre ragazze del suo tempo avrebbe fatto le cose di tutte le altre, sposarsi come le altre, prendere l’acqua alla fonte, mettere al mondo tanti figli. Non l’avremmo mai conosciuta se non avesse detto «eccomi». Sarebbe rimasta una delle innumerevoli Marie e non ‘Maria’, la madre di Gesù! Ella capisce che nel rischio  e nell’obbedienza libera è nascosto il mistero della sua gioia, della felicità che tutti gli uomini cercano. Sarà lei stessa a professarlo nel canto del Magnificat che è il canto della Chiesa: «Ora e per sempre tutti mi chiameranno beata». Parole di beatitudine affioreranno anni dopo proprio dalle labbra de Signore. Beati i poveri, beati chi ha fame e sete di giustizia. Beata tu o Maria perché hai creduto. Beati a tutti coloro che senza vedere crederanno!

Non solo, ma la Vergine, concependo Gesù, si sentirà, partecipe di un mistero, di un progetto, della salvezza. All’improvviso dietro il suo «sì» appare il raccordo che dall’eternità incontra la storia, la sua piccola storia: «di generazione in generazione la sua misericordia si stende…».

Maria è guardata. E lo sguardo di Dio ci dona la vita. Lo sguardo del Signore ci salva. Ogni vocazione nasce sempre dallo sguardo del Signore, che ci vede per primo, che ci ama per primo. Dio si accorge. Dio ci cerca. La Madonna dirà: «Ha guardato all’umiltà della sua serva».

Questa ragazza che notiamo turbata per il contenuto grandioso del messaggio che interloquisce con il Mistero che entra in casa sua e lo accoglie piena di umiltà e di obbedienza. Noi la invochiamo come nostra Madre, come modello e come avvocata.  

 

2.      Siamo qui per guardare a Maria ed imparare come si sta dinanzi al Signore, per accogliere il Signore  e per chiederle di pregare per noi. Per la nostra diocesi, per il nostro popolo e per la nostra terra, .    Ma anche per raccogliere il suo testamento. Nel vangelo di Giovanni il suo testamento è raccolto in una frase magnifica del capitolo secondo, alle nozze di Cana rivolgendosi ai servi: «Qualsiasi cosa vi dica il Maestro, fatela».

 

Ecco fratelli e sorelle, visitare un luogo santo, perché visitato da Dio, in un determinato frangente della storia, ci riporta ad un cardine del nostro credere che dovrebbe farci trasalire di gioia tutte le volte che ne facciamo memoriale.

I nostri occhi vedono, le nostre orecchie odono, le nostre mani toccano la carne di Dio.

Il verbo di Dio, sostanza di tutte le cose, nella pienezza dei tempi è venuto a parlarci con voce di uomo! Oggi possiamo dire entrando nella santa casa, e lo possiamo dire realmente: «Hic Verbum caro factum estqui il Verbo si è fatto carne». Qui Dio ha cominciato a venirci incontro. Sì perché l’incontro con Dio cambia la vita.

Il mondo sta assistendo in questi ultimi mesi alla forza di questo incontro nelle azioni e nelle parole dell’amatissimo Papa Francesco. Non possiamo non ringraziare Dio per lui e pregare per lui. In lui si rende possibile quell’incontro con Gesù.

Dio ci viene incontro e ci chiama. Già ce lo diceva il nostro Papa emerito, Benedetto XVI, nella sua enciclica Deus Caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva». E nella Lumen Fidei Papa Francesco scrive: «La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo».

 

3.      I nostri tempi, ci hanno trasmesso un’immagine miope della fede, come se essa fosse intrinsecamente buia, come se ci conducesse ad un supplizio indispensabile della ragione e della ragionevolezza. Dobbiamo recuperare invece la dimensione vera della fede che è sì fiducia, abbandono in Dio, ma è altresì certezza. Non ci sono margini né di illusione e né di delusione per chi crede veramente. Chi crede ha la sua casa sulla roccia, chi crede è afferrato da Cristo. Credere non è sognare. Credere è un fatto, è l’incontro con Gesù attraverso un amico, una persona, un’ esperienza viva.

 Non a caso nella Lumen Fidei viene largamente citato Abramo.

«È vero che, in quanto risposta a una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza» (LF 9)

L’autore della Lettera agli Ebrei (cfr Eb 11), come se battesse su un tamburo, descrive la fede dei patriarchi, è grazie a questo  credere che questi uomini sono andati avanti, generando un popolo, aprendo strade verso la terra promessa, salvando dai pericoli. La fede è un’esigenza così concreta e forte che realizza le cose invisibili!

La fede non ci acceca, ma ci dona occhi nuovi. Anzi il segno del Signore giunto in mezzo a noi è proprio il contrario «I ciechi vedono, i sordi odono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti, la salvezza viene annunciata ai poveri».  (Mt 11,5).

Ecco, fratelli e sorelle vorrei aggiungere ancora qualche particolare alla nostra riflessione sulla fede. Nell’attesa dell’esortazione post sinodale sulla nuova evangelizzazione, dalla quale trarrò la mia lettera pastorale alla diocesi, desidero che quelle che seguono siano le linee pastorali di riferimento per l’anno che comincia.

Quando alla domenica recitiamo solennemente la nostra professione di fede, ricordatevi che quando dite «credo» voi dite «m’impegno».

La nostra fede non sia solo un’accettazione emotiva  e vaga del Vangelo. Gesù ne sarebbe fortemente deluso. Ma sia la presa in carico delle ragioni del Regno. Lasciarsi guidare dall’Incontro con la Parola fatta carne, come ha fatto Maria. Mettersi in viaggio verso la montagna.

Fratelli e sorelle, riscopriamo il valore della preghiera. Questa esortazione giunga a ciascuno proprio qui dalla casa di Maria che è casa di preghiera.

Durante la Visita Ad Limina dei vescovi pugliesi, ero seduto nella chiesa di Santa Marta, dove dimora il Papa, con la coda dell’occhio, come un fedele qualunque, ho scorto Papa Francesco in ginocchio, due file di banchi dietro di me,  con le mani giunte e lo sguardo rivolto all’Eucarestia. È lì la forza di ciascuno. La forza di un Papa che non fa che aprire al mondo le porte della casa di Dio, che è la nostra vocazione e anche il desiderio di Gesù

 

4.      C’è stata una convinzione che ha infiammato i miei studi giovanili e che ancora oggi, che lo spirito del Concilio non ha smesso di soffiare torna ad animare le mie convinzioni di pastore: “La comunità è condizione della fede”. La fede l’ho incontrata in un fatto visibile, in un segno umano che mi ha trasmesso la bellezza di Gesù. L’ho incontrata nella comunione.

 

Le parrocchie non sono isole, ma sono porzioni dello stesso popolo di Dio. Non lo affermo per ragioni organizzative, ma semplicemente perché è necessario, costitutivo del Cristianesimo, sentirsi un corpo solo, un’anima sola. Così riceviamo linfa e grazia, non altrimenti. L’isolamento, anche per fini di efficienza o di programmazione non porta il bene dei fratelli.

Abbiamo il dovere di far conoscere Cristo, e, come vi ho sempre ripetuto, bisogna guardare all’apostolo che oggi per voi sono io, e io a mia volta non conduco il popolo secondo il mio gusto o le mie sensibilità ma pongo attenzione al Papa che a sua volta è il vicario di Gesù Cristo, il Risorto che guida la Chiesa.

 

4.1     Il Santo Padre nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro, ai giornalisti, ha detto con molta semplicità che questo è «il tempo della misericordia». Nell’ azione pastorale a tutti i livelli, i sacerdoti, i catechisti, gli operatori, i collaboratori, abbiano la misericordia come stella polare. È tempo di misericordia, di accoglienza, di perdono di comprensione. Vedete quanta gente cerca il Papa? Perché da quest’uomo ci si sente amati e non giudicati, alla maniera di Gesù.

 

4.2     Il Papa ci sta dando esempio di sobrietà e di attenzione ai poveri. È un esempio che non deve soltanto stimolare l’ammirazione dei più, ma deve spingerci a rivedere il nostro stile di vita e soprattutto a prendere sul serio le ragioni dei poveri. La carità e i poveri non sono alcune fra le tante cose che mettono in atto le comunità parrocchiali ma ciò che più ci sta a cuore.

Sono profondamente addolorato per le polemiche nella scuola italiana che riguardano l’inserimento dei ragazzi extracomunitari. Sono discorsi che non fanno onore a nessun cittadino men che meno a chi si dice cristiano. Gli ambienti parrocchiali, gli oratori, siano sempre accoglienti verso i ragazzi e le famiglie extracomunitarie, anche quando sono di altre professioni religiose.

Siate audaci nell’esercizio della carità a favore dei poveri, non rimandate mai nessuno a mani vuote e non pensate che certe povertà non siano affare nostro perché Cristo non è di questo avviso.

 

4.3     Per questo entro la fine di quest’anno pastorale vorrei metter fine all’annosa questione del centro notturno per l’accoglienza dei senza tetto a Taranto realizzando un’opera diocesana indipendente, che non ci faccia più arrossire di fronte alla gente che dorme per strada. Questa deve essere un’attenzione di tutti le comunità parrocchiali e non solo di alcuni sacerdoti e laici che pur ringrazio per gli sforzi compiuti negli anni passati. Intorno a questo obiettivo lavoreremo particolarmente in quaresima, coinvolgendo parrocchie, associazioni, movimenti e anche le nostre confraternite, mettendo in campo le risorse spirituali e materiali.

 

5.1     La fede costruisce la città. Ne sono convinto per questo nella difficile situazione che viviamo nel nostro territorio di Taranto continuerò imperterrito nella strada che abbiamo già imboccato. Dobbiamo continuare a bandire la logica delle contrapposizioni: salute – lavoro, ambientalisti- operai, anziani – giovani, scienza – comune sentire, interesse individuale – responsabilità sociale perché, come ricordato dalla recente enciclica Lumen Fidei al n.55 «l’unità è superiore al conflitto». È necessario, tuttavia, «farci carico anche del conflitto, ma il viverlo deve portarci a risolverlo, a superarlo, trasformandolo in un anello di una catena, in uno sviluppo verso l’unità».

Con l’inizio dell’anno pastorale vorrei invitare tutte le parrocchie e le nostre aggregazioni laicali, specie quelle giovanili ad una maggiore sensibilizzazione e approfondimento sui temi della salvaguardia del creato secondo il messaggio che ho già inviato alla comunità diocesana all’inizio  di settembre.

 

5.2     Ed ora confermo quanto dicevo  in questo messaggio:”Siamo chiamati a tradurre la salvaguardia del creato in un coerente cammino di convivenza e di condivisione che renda possibile lo sviluppo di una rete di valori, superando la tendenza al puro interesse particolare. In questa prospettiva ho creato questa Commissione Diocesana che sta dando i suoi frutti positivi, essendo aperta a tutte le voci e che desidero diventi anche un laboratorio capace di valorizzare le proposte positive che vengono dal mondo scientifico, imprenditoriale ed istituzionale. Il Vescovo accoglie tutti con interesse e privilegia la difesa dei più poveri e feriti”.

 

5.3     Ed insieme con l’attenzione alla salute, all’ambiente e al lavoro vorrei che quest’anno dedicassimo una particolare attenzione i giovani. Ringrazio i giovani che sono venuti qui da varie parrocchie e movimenti e quelli che hanno fatto un pullman speciale della Pastorale Giovanile. Vogliamo vivere un impegni speciale per ridurre la disoccupazione giovanile che tra noi arriva al 40%. Lavoreremo per l’ occupazione e per la formazione professionale interpellando con insistenza tutte le istituzioni e le varie autorità. Desideriamo continuare gli incontri nelle scuole per approfondire la problematica giovanile e portare l’annuncio vivo di Gesù. Nelle parrocchie, nelle associazioni e movimenti si creino luoghi di ascolto e di accoglienza che siano segni vivi di solidarietà. Ugualmente chiedo di dare un’attenzione particolare alla pastorale vocazionale per ragazzi e ragazze: dare la vita  totalmente per Cristo è l’avventura più grande che si possa immaginare. E come posso testimoniare nella mia vita il Signore ci dona una gioia profonda e una passione che con il tempo cresce sempre più e non diminuisce.

 

5.4     Infine, quest’anno comincerò le Visite Pastorali alle Parrocchie in modo che insieme possiamo ravvivare la fede e lanciarci nella missione, consumando la suola delle scarpe in tutti gli ambienti, particolarmente nelle periferie: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Questa è  la nostra vocazione e la nostra missione

In quest’anno della fede la Madonna ci invita ad un nuovo incontro di Gesù perché tutti possiamo comunicarlo con la nostra testimonianza a tanti amici che ancora non lo conoscono e che lo aspettano.

Maria di Nazareth, nostra Signora di Loreto, benedica l’arcidiocesi di Taranto e la forza dello Spirito, che in questa casa si è manifestato, ci conduca con la dolcezza e la potenza del suo amore.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

 

+ Filippo Santoro

Arcivescovo di Taranto

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