In questi giorni, prima e dopo la Giornata della Memoria che cade il 27 gennaio per ricordare la “scoperta” dell’orrore di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945, si è parlato di Shoah e di vittime dell’olocausto, quasi sempre con l’equazione olocausto = sei milioni di ebrei uccisi. A raccontare in modo più agevole e più completo i fatti ci pensa un attore italiano ed ebreo allo stesso tempo, Moni Ovadia.
Moni Ovadia, che calca le scene teatrali sin dal 1984, è sempre stato un portabandiera del mondo ebraico e delle sue sfumature musicali, della musica folk e di quella Klezmer, che è quel genere musicale tipicamente ebraico creatosi nell’Europa orientale e sopravvissuto allo stermino degli anni ’40.
Proprio dello stermino degli ebrei racconterà Moni Ovadia, l’unico, forse, oltre Roberto Benigni a riuscire a farlo quasi sorridendo, con apparente leggerezza, con l’ironia che gli è propria. L’unico, forse, a ricordare agli italiani che in quei campi di morte e distruzione della dignità umana non c’erano solo ebrei, ma persone di mezzo mondo, e tanti zingari.
“Ebrei e zingari è un recital di canti, musiche, storie rom, sinti ed ebraiche – ha dichiarato Moni Ovadia, regista e attore dell’opera – che mettono in risonanza la comune vocazione delle genti in esilio, una vocazione che proviene da tempi remoti e che in tempi più vicini a noi si fa solitaria, si carica di un’assenza che sollecita un ritorno, un’adesione, una passione, una responsabilità urgenti, improcrastinabili”. Genti in esilio, genti in movimento: una dispersione nei quattro angoli del mondo che ha fatto nella storia di questi due popoli dei bersagli prediletti dell’odio e della diffidenza verso lo straniero, verso chi oltrepassava impunemente i sacri confini.
“Senza confini è la nostra assunzione di responsabilità” ha continuato Ovadia, “la sua forma s’iscrive nella musica e nel teatro civile, arti rappresentative e comunicative che possono e devono scardinare conformismi, meschine ragionevolezze e convenienze nate dalla logica del privilegio per proclamare la non negoziabilità della libertà e della dignità di ogni singolo essere umano e di ogni gente”.
Ebrei e “uomini” hanno per secoli incarnato per ragioni simili e specifiche, la radicale “alterità” alle culture dominanti dell’occidente cristiano. I due popoli chiedevano solo di vivere secondo la loro identità senza nuocere a nessuno. Non fu loro concesso se non in brevi periodi ad arbitrio dei poteri, espressione delle maggioranze. Perché? Il loro esempio poteva rivelarsi deflagrante per sistemi tirannici, verticisti sempre sotto il controllo di un potere autoreferenziale.
Essi seppero essere in tutto e per tutto popoli, per cultura, tradizioni, spiritualità, per profonde strutture del sentimento, per immediata riconoscibilità emozionale, popoli in tutto e per tutto, ma senza confini, senza burocrazie, senza eserciti, senza polizie, senza retorica patriottarda, eppure popoli, sospesi fra cielo e terra a cavallo dei confini, per questa ragione erano temuti al punto da renderli fantasmi come capaci di ogni nequizia e da stigmatizzarli come essenza del male, e poi sterminarli con facilità. In questa prospettiva non è difficile capire perché l’annientamento fu perpetrato nella quasi totale indifferenza del mondo circostante.
I due popoli fratelli a lungo hanno marciato fianco a fianco nella sorte, ma da quando il porrajmos-shoà ha marcato il culmine della comune tragedia, il popolo degli “uomini” si è avviato verso un cammino di sofferenza solitaria.
Dopo secoli di cammino comune, infatti, ora gli ebrei hanno una patria, un luogo che chiamano casa, ottenuto, a torto o a ragione, a prezzo di grandi sacrifici in Palestina. Gli zingari no, continuano a vagare. Gli ebrei sono riconosciuto ovunque come vittime, si compiange l’olocausto, i discendenti dei carnefici si sentono ancora colpevoli e quasi in difetto di fronte a loro, scontando colpe ereditate. Per gli zingari, invece, nessuno si muove ancora a riconoscere la loro Shoah.
Gli ebrei sono passati da una condizione in cui gravava un pregiudizio terribile, alimentato dalla propaganda, in cui erano dipinti come deicidi, avari, meschini, ladri, cospiratori, ad uno in cui sono divenuti lo stereotipo delle vittime da compiangere. Gli zingari, invece, no. “Il porrajmos non è stato riconosciuto, grazie ad ignobili cavilli burocratici, il popolo degli “uomini” aspetta ancora giustizia e rispetto” ha concluso Moni Ovadia “Noi ebrei, primi fra tutti, abbiamo il dovere di alzare la voce contro la persecuzione di rom e di sinti, dobbiamo denunciare come malvagia e perversa l’esibizione dell’amicizia verso gli ebrei quando è usata per legittimare la mano libera contro i nostri fratelli”.

Daniele Milazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Continuando a usare questo sito, siete d'accordo con l'uso dei cookie. maggiori informazioni

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close