Don Diego Semeraro, durante il rito funebre dell’omelia, ha fatto una eccezione per Peppino Ceci. Non ha evitato l’elogio funebre. Come non elogiare una persona che difficilmente avrà trovato, negli ottantotto anni della sua vita terrena, qualcuno che lo considerasse antipatico? Eppure, il suo, è stato quasi un secolo vissuto intensamente. Più volte ci eravamo ripromessi che avrei registrato il racconto della sua vita e avremmo pubblicato un libro, ma quella promessa non l’ho potuta mantenere. La vita corre veloce e spesso si rimandano delle cose, senza sapere che poi, come in questo caso, si potrebbe non avere l’occasione per rimediarla. Eppure, Peppino, la sua vita la raccontava in piccoli episodi a tutti quei clienti che arrivavano da anni nel suo ristorante in quei trulli e lamie ristrutturati, nei quali faceva praticamente casa e bottega. Una piccola chiesetta della quale il suo cruccio era non si potesse celebrare messa, un locale che era il suo museo, nel quale c’erano oggetti raccolti con passione in tanti anni. Molto di più di un rigattiere, in quanto era capace di raccontare, da ognuno di questi oggetti, una storia e una minuziosa descrizione. Diventava un professore, anche per tanti clienti che lo erano per professione, oltre agli uomini di cultura, politici, artisti, abituali frequentatori del suo locale che ha sempre gestito con la moglie, i suoi figli ed ultimamente con i nipoti. Una storia iniziata quando da piccolo se ne andò a Milano per fare il calzolaio. Era capace di realizzarle di sana pianta le scarpe e quando raccontava quegli anni si illuminavano gli occhi “Aspetta”, diceva, ed andava nel suo locale e se ne veniva con dei mocassini fatti da lui. Peppino era il nonno che ciascuno avrebbe voluto avere. Ogni racconto diventava una favola. La sua voce era sempre bassa, il suo passo lento, i modi gentili, il sorriso accattivante, quello di un omone sempre ben vestito. Ciò che mi ha sempre colpito era che parlava con chiunque degli avventori, non solo italiani, ma anche stranieri, in rigoroso dialetto martinese. Il miracolo che ricorda ‘qualcun altro’ è che tutti lo comprendevano o, almeno, così sembrava. Peppino è stato un grande personaggio, oltre che un grande ristoratore. C’è chi lo ha paragonato al ‘Principe De Curtis”. La sua vita sarebbe stata anche una bella sceneggiatura per un film. Il finale è l’unico si potesse immaginare: andare via il giorno del suo onomastico, la festa degli artigiani, ma anche quella del papà. Appena si è appreso della sua scomparsa, abbiamo pubblicato un articolo sul Martina Sera che abbiamo condiviso sui social. Ebbene, oltre alle migliaia di visualizzazioni, abbiamo registrato tanti commenti commossi, di gente di ogni età: anziani, adulti, giovani e ragazzi. Sembrava tutti lo conoscessero. Mi ha colpito quello di un ragazzo: “Ogni giorno ti incontravo e mi dicevi ‘Saluto’, ora sono io a salutarti”. Per non parlare degli aneddoti. C’è anche chi lo ha voluto come modello in età avanzata per un servizio fotografico per una azienda inglese. Aveva inventato una cucina semplice con piatti che raccontavano la tradizione. Le sue orecchiette, il cui segreto spiegava senza la gelosia di preservarne la ricetta, era quello di mettere insieme diverse farine. Ricordavano quelle cucinate dalla nonna. I sottaceti e i sottolii fragranti, era fiero che gli ortaggi erano quelli coltivati nel suo orto. Un momento di tipica ritualità, era quando ti si avvicinava, dopo che erano state servite le orecchiette e ti portava un piatto di cruditè (finocchio, cocomero, carote), accompagnandolo con la tipica frase: “U spngtor”. E lì avventori pronti a prendere appunti. Peppino è stato per tanti anni complice di tanti successi, quando gli portavo tanti artisti di Portici d’Estate e mi faceva fare un figurone, in quanto, anche a distanza di anni, si ricordavano di quel ristorante e di quel personaggio, uno dei motivi che Martina rimaneva nella loro memoria affettuosamente. Già Martina, una città che lui amava e della quale era di fatto Ambasciatore. Avrebbe meritato il Patriae Decus, il premio che veniva assegnato in ambito artistico, giuridico, sportivo, eccetera. Ma non sempre a Martina i riconoscimenti vanno a chi davvero li merita. Sarebbe piaciuto vedere il suo nome murato sulla targa nell’androne del Palazzo Ducale. Tanti torneranno in quel ristorante, sicuri di trovarlo. Aspetteranno di vederlo suonare ‘le nacchere’ che egli stesso costruiva e spesso regalava, così come suonare il mandolino.

Mancherà a tutti e non solo ai suoi concittadini. Forse c’è chi verserà una lacrima, ma sarà subito accompagnata da un sorriso che lo ricorderà. Sicuramente, in quei trulli, nelle calde sere d’estate udiremo quei suoni che riusciva a creare. In cielo hanno fatto festa nel giorno di San Giuseppe, hanno apparecchiato per lui una grande tavolata con una tovaglia a quadratini bianchii e rossi, dei bicchieri in ceramica, con piatti di orecchiette nere condite da cacio ricotta, dove sopra non è mancata la polpetta al sugo, a seguire le braciole, gli arrosti misti e per finire tutti quei rosoli e mostaccioli che ti rendono più felice di pagare il conto. Peppino mancherà a tutti, ma le ruote continueranno a girare spinte da chi lo ha molto amato, la sua famiglia. Volevo scrivere un libro sulla sua vita, spero mi perdonerete se ho cercato di rimediare, ricordandolo insieme a voi.

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