Di seguito il messaggio pastorale di Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, per la giornata del creato che ricorre domani:

Carissimi fratelli e sorelle,

negli scorsi mesi ho dato vita ad una Commissione Diocesana, invitando i suoi componenti a riflettere sui temi della salvaguardia del creato che in maniera particolare, in terra ionica, devono interpellare ciascuno di noi.

L’istituzione di questa commissione ha come sfondo, sempre e comunque l’annuncio della speranza a partire della ricerca della verità. Ringrazio i suoi componenti della commissione per il lavoro e per aver condiviso con me, nello spirito della corresponsabilità ecclesiale questa sintesi.

 

Un anno drammatico e decisivo.

Un anno fa il volto di Taranto era duramente provato: la dovuta azione della Procura, le strade occupate dagli operai, le associazioni schierate a difesa dell’ambiente.

A parer mio il fattore più drammatico era l’incapacità e la diffidenza al dialogo in qualsiasi livello da quello istituzionale a quello della società civile.   Sin dalla prima ora, ho desiderato, con determinazione, esercitare una semplice azione di prossimità, di vicinanza a tutti. Ho scongiurato che i dibattiti e le manifestazioni non divenissero una guerra fra vittime. Perché tutta la città è vittima. Gli ammalati così come coloro che temono per il proprio posto di lavoro. La Chiesa ha voluto affermare che la contrapposizione fra salute e lavoro è frutto di una dinamica perversa, figlia di coloro che non hanno pensato al futuro di Taranto, ma hanno seguito la strada del profitto immediato. Sbagliato anche credere che l’enormità del problema Ilva potesse risolversi con le sole forze locali: troppo grande l’Ilva per Taranto, perché il Paese non se ne occupi in maniera pronta ed efficace. Purtroppo abbiamo assistito allo smarrimento delle classi dirigenti, nazionale e locale, la cui conseguenza è stata una discutibile gestione dell’emergenza e sembra utopico concepire una nuova politica industriale.

 

Tra rassegnazione e speranza

È passato un anno. Quella speranza e quella carica di energie positive che pur nelle difficoltà abbiamo visto di tanto in tanto balenare, perlomeno in un ritrovato, anche se parziale, senso di appartenenza, rischiano di essere perdute. Infatti, ad oggi,la nuova Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) e i decreti non sono serviti a migliorare la situazione ambientale. Lo testimoniano i ritardi nell’applicazione delle prescrizioni ed i fatti di questi ultimi tempi, che, ormai, riguardano anche altre realtà industriali.

Ancora una volta sembriamo essere atterriti da un fatalismo inesorabile e tutto tarantino. Avvertiamo il peso di una crisi ambientale che va ad aggiungersi a quella economico-sociale di carattere globale. In una situazione così complessa la tentazione di «lasciarsi cadere le braccia» è molto forte.

Anche nelle parrocchie, soprattutto al quartiere Tamburi, è facile raccogliere commenti del tipo: «Abbiamo perso la speranza di vivere», «sappiamo che il tumore è dietro l’angolo», «nessuno fa nulla per aiutarci», «vogliamo che qualcuno tuteli il nostro diritto alla vita e quello alla salute».    

Scrivo all’intera comunità per rigirare a ciascuno quell’invito liberante e fiducioso del nostro amato Papa Francesco: «Non lasciatevi rubare la speranza».

Anche se fiaccati dagli scarsi risultati occorre, dunque, ridare fiato alla speranza. Ma come? Cominciamo a disinquinare i pozzi del dibattito pubblico. Che adesso sembrano più secchi che inquinati.

 

I termini della questione e i criteri di giudizio

A Taranto, per esempio, la salvaguardia del creato richiede un chiarimento dei termini della questione. Porre, così come è stato fatto, il diritto alla salute in contrapposizione al diritto al lavoro, nella ricerca di una possibile mediazione, significa non rendere un servizio alla verità: salute e lavoro sono due aspetti diversi ma complementari della vita di ciascuno di noi.

Quando parliamo di salvaguardia del creato riconosciamo come dice Benedetto XVI nel n.48 della  enciclica Caritas in Veritate «il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio, che l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l’uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne. Ambedue questi atteggiamenti non sono conformi alla visione cristiana della natura, frutto della creazione di Dio»

Noi che viviamo in questa terra, siamo chiamati ad amarla e custodirla come dice  la Nota Pastorale del 2012 della Conferenza Episcopale Pugliese: “Amate la natura! La relazione dell’uomo con l’ambiente è parte costitutiva della sua identità umana: una tale relazione è il risultato di una più profonda relazione dell’uomo con Dio”. “Trasformate l’ambiente senza devastarlo per il profitto di pochi. Custodite la terra in quanto essa è destinata al sostentamento di tutti gli esseri viventi”. “I disastri ecologici e le devastazioni ambientali, prima di essere un problema sociale, sono un problema etico. Il vostro amore sia esteso alle persone e all’ambiente. Il degrado ambientale influisce sul degrado morale, come pure il degrado morale genera il degrado ambientale. Questa verità è a fondamento di ogni progetto educativo che voglia insegnare alle nuove generazioni ad amare l’ambiente come la propria casa”.Così, a partire dall’educazione delle giovani generazioni, è possibile la trasmissione di un umanesimo solidale e responsabile.

 

La crisi profonda della città di Taranto interroga allora ciascuno su come fondare, nella verità, un nuovo umanesimo. Questo passaggio storico costituisce la preziosa occasione per «cogliere nelle trasformazioni in atto l’incessante quanto misteriosa presenza di Dio nella storia» (Benedetto XVI, Discorso del 22 settembre 2012 ai partecipanti all’incontro promosso dall’Internazionale Democratico-Cristiana). La situazione difficile che viviamo può essere una grande opportunità di ripresa in una articolazione armonica della salute e del lavoro e della difesa dell’ambiente senza eliminare la produzione, come già accade in vari altri luoghi di politiche industriali avanzate.

La direzione della chiesa di Taranto rimane quella della Dottrina sociale, dove si  riconosce la positività del mercato e dell’impresa (ce lo ricorda Giovanni Paolo II nel n.43 dell’enciclica  Centesimus annus), ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune. Essa riconosce,inoltre, la legittimità degli sforzi dei lavoratori per conseguire il pieno rispetto della loro dignità e spazi maggiori di partecipazione nella vita della azienda.

 

Il nocciolo della questione è continuare a bandire la logica delle contrapposizioni: salute – lavoro, ambientalisti- operai, anziani – giovani, scienza – comune sentire, interesse individuale – responsabilità sociale perché, come ricordato dalla recente enciclica Lumen Fidei al n.55 «l’unità è superiore al conflitto».   È necessario, tuttavia, «farci carico anche del conflitto, ma il viverlo deve portarci a risolverlo, a superarlo, trasformandolo in un anello di una catena, in uno sviluppo verso l’unità».

Verità e speranza esigono perciò anche giustizia e riconciliazione. È questa, infatti, la via da seguire perché «non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono» (Giovanni Paolo II, Messaggio del 1° gennaio 2002 per la celebrazione della XXXV Giornata mondiale della pace).

L’esigenza della giustizia è avvertita da ciascuna delle parti in campo. La invocano, infatti, coloro che hanno speso e spendono la propria vita a guadagnarsi onestamente la giornata, alle volte, persino in ambienti insalubri e lavorazioni a rischio.  Allo stesso modo chiedono giustizia quei cittadini che, pur disposti ad ospitare nella propria terra una fabbrica di interesse strategico nazionale, esigono la tutela della salute e in particolare quella di chi, suo malgrado, ha visto innalzare le ciminiere nel proprio quartiere. L’esigenza della giustizia è sentita, inoltre, da chi ritiene che le scelte di politica industriale non debbano passare sulla testa della gente, da chi ricorda che il lavoro è un diritto sancito dalla Costituzione e che i lavoratori non debbano pagare le conseguenze di scelte compiute mettendo al primo posto il  profitto rispetto al bene comune.   L’intera città chiede giustizia alla classe dirigente locale, affinché presenti ai responsabili nazionali della cosa pubblica il conto della gratitudine, dovuta ai cittadini di Taranto per gli enormi sacrifici con cui hanno sostenuto l’economia italiana con il proprio lavoro, la propria salute e quella dei propri figli.

 

 

 

La responsabilità comune

In ogni tappa del nuovo percorso e a tutti i livelli decisionali, è necessario l’esercizio concreto dell’etica della responsabilità, ispirandosi al modello del Buon Pastore e non a quello del mercenario.

Con l’inizio dell’anno pastorale vorrei invitare tutte le parrocchie e le nostre aggregazioni laicali, specie quelle giovanili ad una maggiore sensibilizzazione e approfondimento sui temi della salvaguardia del creato.

Nell’attuale situazione la nostra responsabilità ci chiede di verificare il corso dell’attuazione della legge 89 approvata dalla Camera e dal Senato e sottoscritta dal Presidente della Repubblica lo scorso 3 agosto, pur nella chiara consapevolezza dei suoi limiti.

Ancora una volta invito ad un controllo rigoroso sull’applicazione delle prescrizioni della nuova Aia non procrastinando ulteriormente gli interventi di ammodernamento degli impianti, la copertura dei parchi minerali e la bonifica dei terreni circostanti.   

Come trascurare tutti quei fattori che possano far permanere il danno sanitario che, invece, va riconosciuto in tutta la sua drammaticità?

La difesa della vita ci chiede di lottare contro ogni forma di rassegnazione mantenendo vigile la coscienza di tutti i cittadini nella difesa di quel bene supremo che vede indissolubilmente legati salute e lavoro.

È auspicabile una mobilitazione costante per offrire alla propria terra un presente meno doloroso e un futuro più sereno.

Anche l’intricata questione delle discariche destinate ai rifiuti dello stabilimento siderurgico, prima ancora che rispondere a qualsiasi, seppur rispettabile, logica di politica industriale o ambientale deve ispirarsi, oggi più che mai, al futuro di Taranto. Abbiamo capito, a nostre spese, che il principio di ogni scelta deve essere guidato dal bene per questa terra.

La nostra fede, che si basa sull’abbraccio di Gesù risorto per tutti, ci sostiene nella certezza che possiamo lavorare insieme, perché “un altro mondo sia possibile” anche a Taranto. E non cediamo al gioco di chi ama presentare a livello nazionale la nostra città in perenne agonia. Abbiamo i nostri gravi problemi, ma non siamo affatto morti. Alcuni amici venuti a Taranto dall’ Europa, hanno notato gli effetti di uno sviluppo industriale problematico, ma sono rimasti affascinati dalla bellezza della natura, dalla sua storia, dalla fede e dalla ricchezza della sua cultura. Siamo chiamati a tradurre la salvaguardia del creato in un coerente cammino di convivenza e di condivisione che renda possibile lo sviluppo di una rete di valori, superando la tendenza al puro interesse particolare. In questa prospettiva ho creato questa Commissione Diocesana che sta dando i suoi frutti positivi, essendo aperta a tutte le voci e che desidero diventi anche un laboratorio capace di valorizzare le proposte positive che vengono dal mondo scientifico, imprenditoriale ed istituzionale. Il Vescovo accoglie tutti con interesse e privilegia la difesa dei più poveri e feriti.

Congedandomi da ciascuno, in attesa di un buon inizio della ripresa delle normali occupazioni, lavorative e scolastiche, sono qui ad assicurare la preghiera per la città ed i suoi abitanti, soprattutto per i bambini, gli ammalati e per chi è morto a causa dell’inquinamento, affinché la fede e la comune solidarietà offrano luce per comprendere il passato, discernere il presente ed aprire  il futuro ad una ragionevole speranza.

Filippo Santoro

Arcivescovo Metropolita di Taranto

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