Sono i numeri tragici della crisi a Martina Franca: i dati, della Camera di Commercio di Taranto, sono stati resi pubblici il giovedì santo. Sono dati gravissimi, i quali segnalano che a livello nazionale la crisi ha riportato i consumi delle famiglie ai livelli del 1998, con una media annua di spesa di 15mila euro, mentre il reddito reale disponibile – scorporato da inflazione – è sceso a quello del 1986, cioé di quasi 17mila euro. Ne deriva che si spende molto più di quanto non si facesse prima, ma con bilanci più ristretti. Non si può fare a meno di non paragonare l’introduzione delle nuove tecnologie – telefonia mobile, pc, internet – a una serie di spese extra per sé e per ciò che comportano in termini di maggiori consumi di energia elettrica, abbonamenti, servizi, etc., spese alle quali non si riesce più a far fronte con la diminuzione del reddito, che ha avuto il suo picco nel 2007, con una media di circa 19mila euro per famiglia.

Cosa si evince dalle tabelle e dai grafici della Confcommercio? A Martina Franca c’è una emorragia di imprese: cessano attività più imprese di quante nascano. Dai numeri è evidente come Martina sia il secondo polo economico della provincia, dopo Taranto. Un polo che si mantiene con 1406 imprese nel commercio, 236 nel turismo e 421 in vari servizi, ma che resiste in questi ultimi con 26 iscrizioni a fronte di 22 chiusure, va male nel turismo con 12 chiusure a fronte di 9 aperture e sprofonda nel commercio, sua punta di diamante, con 73 chiusure a fronte di 51 aperture. Il numero netto di imprese che chiudono è maggiore di quelle che aprono, e queste ultime raramente superano i tre anni di attività con successo, in quanto vengono meno le agevolazioni iniziali, ci si scontra con una pressione fiscale crescente che erode i margini di guadagno e, specialmente nel settore del commercio, non è possibile una crescita se non crescono i consumi della gente.

Poi c’è l’altro dato preoccupante: Martina, con questi problemi, ha sulle sue spalle l’unico futuro economicamente valido della provincia. Infatti, a Taranto c’è ormai il sorpasso. Il numero di occupati è a Taranto di 38.756, che devono far fronte a 44.131 tra disoccupati e inoccupati. A Martina invece ci stiamo avvicinando: sono 10.891 lavoratori a fronte di 9.466 disoccupati o inoccupati. Se si tiene conto che la popolazione martinese ammonta a quasi 50mila abitanti, possiamo dire che la città si regge sul reddito attivo di poco più di un sesto dei suoi abitanti. La proporzione è terrificante: significa che la restante parte della popolazione vive in subordine a quel reddito attivo, (es.: nuclei familiari monoreddito) mentre gli altri vivono da rendite, come i pensionati, o da entrate di rendita, come chi ha case in affitto.

«Sono numero tragici» commenta Roberto Massa, presidente martinese di Confcommercio «e che dimostrano nonostante tutto la grande vitalità delle imprese del nostro territorio nonostante tutte le difficoltà cui ogni giorno fanno fronte». Lo sguardo privilegiato è al commercio, che con 1406 imprese a Martina riesce a essere un settore trainante a livello provinciale. A Martina in questo settore il saldo è negativo solo per una ventina di imprese, un dato quasi confortante se rapportato alle 44 di Taranto; tutta la provincia di Taranto ha visto la chiusura di 166 aziende di commercio a fronte del collasso delle 846 imprese chiuse a Bari nello stesso settore. «Per la prima volta, in parte del 2012, è stata concessa la cassa integrazione alle imprese del commercio» ci ha detto Roberto Massa «e sia pure con un importo limitato [circa 2 mln di euro per 650 dipendenti, n.d.r.] se confrontato a quello concesso ad altri settori, è stato una boccata d’ossigeno che ha consentito a molti di ritardare la chiusura o di galleggiare». Tra i problemi, l’aumento dell’iva, il calo dei consumi e la disoccupazione crescente che riduce il potere d’acquisto. «Il bando regionale di aiuti ai commercianti ha avuto un numero altissimo di partecipanti, a dimostrazione che chi lavora in questo settore fa i salti mortali per cercare di mantenere in piedi la propria attività, e cerca ogni soluzione per evitare la chiusura. Ma spesso» denuncia Massa «si viene ignorati o sottovalutati, proprio in un momento in cui la piccola impresa, specialmente nel settore commerciale, funge quasi da ammortizzatore sociale».

Daniele Milazzo

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