Abbiamo chiesto a Giuseppe Caroli, parlamentare dalla quinta all’undicesima lesiglatura, più volte sottosegretario di Stato, di tracciare un ricordo di Giulio Andreotti, morto oggi a Roma (domani, sempre nella capitale, i funerali). Il loro rapporto di amicizia e collaborazione è stato strettissimo, per decenni. Di seguito il documento inviatoci da Giuseppe Caroli:
Ho cominciato a conoscere Andreotti quando, giovane democristiano, mi recavo a Roma, per raccordare il mio operato locale con i dirigenti nazionali.
Una volta deputato, ebbi molte occasioni per vivere spesso gomito a gomito con lui nella dirigenza del partito e nelle lunghe sedute parlamentari, finchè non decisi di far parte della sua corrente. Erano gli anni Settanta, gli anni d’ oro dei suoi migliori successi, stringemmo così una lunga e cordiale amicizia. Eravamo entrambi membri dedicati e convinti dei Democratici Cristiani. Ho lavorato insieme in parlamento per sette legislatture, durante i quali fui sottosegretario in ben tre governi guidati da Andreotti
caroli andreottiRicordo la cordialità del Presidente perchè egli, privato degli affetti familiari (aveva perso il padre da bambino e aveva avuto una madre troppo severa, che pare non gli avesse mai dato un bacio), si era abituato a nascondere l’affetto nella cordialità. Infatti controllava sempre le emozioni. Ricordo quando fui testimone oculare dell’annuncio del rapimento di Moro, datogli in un orecchio dal suo segretario, in quel momento stavo giurando come sottosegretario: Andreotti continuò imperterrito, finchè non giurò l’ultimo sottosegretario, poi si allontanò in fretta, mentre tutti ci chiedevamo cosa fosse accaduto. Solo in seguito scoprimmo di che si trattava. Mi meravigliai di come avesse potuto gestire la cerimonia senza rivelare emozione alcuna, seppi dopo che la cosa lo aveva talmente sconvolto,  che aveva dovuto chiamare a casa per avere un cambio dell’ abito perchè non era riuscito a contenere un conato di vomito. La freddezza, quindi, era solo l ‘ apperenza.
Sempre disponibile, sia con me che con la mia famiglia; accettò volentieri di fare da padrino al mio ultimo nato Mario e, con mia sorpresa, data l’intesità dei suoi impegni, si trattenne a lungo anche con gli ospiti. Ricordo, che di solito, mi dava appuntamento a prima mattina, ma la conversazione era stringata ed essenziale, da lui appresi il dono della sintesi. Notavo una estrema  precisione nel cadenzare i tempi della sua giornata, tanto che  da me invitato ad inaugurare anche una mostra di mia moglie si premurò di avvisarci che sarebbe arrivato con 12 minuti di ritardo. Nonostante la gravosità dei suoi impegni, riusciva sempre ad essere leggero e gradevole nella conversazione, mi raccontò durante un-occasione conviviale, di un suo pranzo recente con la Regina di Inghilterra la quale, circondata da ospiti che si illudevano di coinvolgerla nei loro discorsi molto austeri, la rendevano sempre più pensierosa; allora, egli si era introdotto  per rompere quella monotonia, chiedendo alla regina (con cui condivideva la passione per l’ippica)  come stessero i suoi cavalli, e finalmente la Regina spalancò gli occhi, illuminandosi con un grande sorriso.
Il nostro legame continuò poi negli anni quando, nè io, nè lui eravamo più all’apice del potere. Gli mandavo gli auguri a Natale e Pasqua e, puntualmente, mi rispondeva di suo pugno con una calligrafia che negli anni diventava sempre più tremante .
Negli ultimi tempi l’ho contattato di rado.  Mi preoccupavo per la sua salute. Uno degli ultimi approcci fu nel 2009, quando, invitato a Martina dagli organizzatori della cerimonia per il conferimento del Patriae decus,  si scusò per non poter venire a causa dell’età, e mi disse che volentieri avrebbe registrato un’intervista televisiva. Mandai mio figlio Mario ad intervistarlo. Espresse  così, anche a distanza,  la sua vicinanza con  giudizi generosamente lusinghieri sulla mia persona. Alla fine dell’intervista disse, stupito, a mio figlio “già finito?”  e manifestò la disponibilità ad intrattenersi ancora.  Con la sua visita, disse, gli aveva alleggerito la mattinata.
Mi manchera’ molto. Abbiamo condiviso gli stessi valori Democristiani e democratici, per una vita intera.  Mi ha insegnato una politica fatta di principi sani e onesti al servizio pubblico e a lavorare senza fare il nostro interesse ma per il bene collettivo. Era per me sempre un onore poter lavorare al suo fianco; ha dimostrato sempre grande interesse per il Sud e ha supportato tanti progetti che abbiamo portato avanti, negli anni di lavoro insieme, non solo per la Puglia ma per il paese intero. Era un uomo di grande cultura e di visioni molto ampie; grande stratega ed un mediatore eccezionale.  Il servizio dello Stato era la ragione della sua vita.  Ricordo ancora il primo incontro, l’impressione che mi fece la sua cordialità mista di ironia che era il suo tratto distintivo. Ironia che non mancava nei suoi biglietti di auguri , in uno ad esempio del 6 Aprile 2002 , nel rispondere ad un mio regalo di vini, mi scriveva , tra l’altro : ” Caro Caroli che debbo dirti ? tu mi ubriachi e ad altissimo livello qualitativo …” . Gli devo molto, da lui ho imparato molto, non solo politicamente, ma anche umanamente. Il rispetto dello Stato e delle istituzioni, ad esempio, è stata la sua lezione più grande. Una lezione che ha  dato con l’esempio, durante il lungo processo di Palermo.
(foto: concessione famiglia Caroli, risale al 1979. Giulio Andreotti è padrino di battesimo di Mario Caroli, attuale vicecoordinatore locale Pdl. Sulla destra Giuseppe Caroli)

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